18 novembre 2014

SUN YAT-SEN, IL PICCOLO MEDICO TRA CELESTE E ROSSO IMPERO

Il padre rivoluzionario della Repubblica di Cina tra una storia che proviene dall’antichità e un’altra che guarda al dominio dell’avvenire. Passato, presente e futuro condensati in un programma ideale inapplicato ma opportunisticamente assorbito dal drago nazionalcomunista che ormai afferra saldamente tra i suoi artigli il XXI secolo
 
UN RIVOLUZIONARIO BUONO PER TUTTE LE STAGIONI
Nel primo decennio del ‘900 un uomo e tre principi assestano il colpo di grazia a più di 2100 anni di storia in Estremo Oriente. La Cina conosciuta come l’Impero celeste delle dinastie figlie del cielo non sarà più quel regno ignoto e lontano, ma si proietterà a definire e dominare gli equilibri futuri del pianeta. Quell’uomo è Sun Yat-sen, padre della Repubblica di Cina e portatore di profonde idee rivoluzionarie a loro volta assorbite, suo malgrado, da quella particolare forma di nazionalcomunismo vera rampa di lancio della Cina che viviamo ancora oggi. Una Cina che troppo presto disperde la ricca eredità ideale di Sun fondata su democrazia, benessere e popolo, ma che perfettamente riplasmata dai rivoluzionari comunisti fa da base al nuovo “impero rosso” di questi tempi. In una terra sterminata dalle obbligate origini contadine, Sun nasce nel 1866 nel Guangdong, provincia meridionale, e si laurea giovane in medicina ad Honk Kong. Dopo una breve esperienza da farmacista indirizza la sua vita al progetto di modernizzazione del suo Paese, già permeato da influenze occidentali e tradizioni millenarie che un impero dinastico decrepito non riesce più ad alimentare e tutelare: “Nell’800 iniziò il lento ed inesorabile declino della dinastia Qing. L’Inghilterra e altri stati europei premevano affinché la Cina aprisse al commercio, situazione che sfociò a metà del secolo nelle due guerre dell’Oppio… Le sconfitte subite dalla Cina diedero agli stati occidentali maggiore libertà in Oriente… Il paese non fu solo costretto a garantire vantaggi commerciali e a legalizzare l’importazione dell’oppio inglese coltivato in India: dovette cedere alle potenze europee anche parte dei suoi territori, inaugurando così l’epoca dell’imperialismo occidentale nell’Estremo Oriente… All’inizio del Novecento la dinastia avviò malvolentieri e con scarso tempismo alcune riforme che però si rivelarono inadeguate. Giunti al 1911, i riformisti e i rivoluzionari chiedevano ormai un cambiamento più rapido e profondo rispetto a quello che volevano attuare i Manciù e il 10 ottobre di quell’anno a Wuhan, nella Cina centrale, iniziò un’insurrezione che dilagò rapidamente nel resto del paese. Quando i vertici delle forze armate Qing si rifiutarono di reprimere la rivolta, il destino della dinastia fu segnato”. L. Benson, La Cina dal 1949 ad oggi, p.24.
 
È un’antica Cina che va morendo in una nuova fase segnata dallo scontro tra le potenze imperialiste e il nascente nazionalismo interno di cui Sun Yat-sen sarà uno dei massimi interpreti. Egli mira a suscitare la rivoluzione nel suo Paese e instaurare un governo repubblicano. A ciò dedica la sua vita e le sue energie spese a sfuggire alla persecuzione dei Manciù, rifugiandosi all’estero tra Giappone, Stati Uniti e Inghilterra. Grazie ad una certa influenza europea nella sua formazione, racchiuderà nei Tre Principi del Popolo – un misto tra lotta di classe e nazionalismo appunto – la base filosofica per abbattere il vecchio sistema imperiale: Indipendenza nazionale, Potere del popolo (democrazia) e Benessere del popolo (riforma agraria). Un programma ideale in linea con le trasformazioni sociali in corso verso gli inizi del ‘900, che vedono contrapporsi nuove figure alle vecchie élite dominanti. Tra le prime “attraverso le relazioni con l’Occidente si formarono anche nuove categorie sociali all’interno della classe elevata, non limitate ai militari. Interpreti ed esperti di lingue assunsero l’importante funzione di mediatori. Essi servivano ovunque si intrattenessero rapporti con le potenze occidentali… Un esempio di intellettuale di matrice occidentale è Wang Tao (1828-1897) che visse esclusivamente della sua attività di giornalista... Dello stesso gruppo sono da annoverare anche Liang Qichao, il traduttore Yan Fu e molti avvocati e medici; la maggior parte di loro viveva in modo relativamente modesto, senza grandi riconoscimenti. A questa nuova intellighenzia appartenevano anche il politico e il rivoluzionario di professione, entrambe categorie nuove per la società cinese. Un esempio è rappresentato da Sun Yat-sen. Questa classe di intellettuali si schierò per svecchiare e rinnovare la Cina”. H. S. Glintzer, Storia della Cina, p.235.

Il fermento è enorme e favorevoli al cambiamento le condizioni sociali, soprattutto gli strati giovanili molto attenti agli “scritti politici di intellettuali progressisti che ai primordi del Novecento aprono una serrata polemica per la modernizzazione del paese invocando la trasformazione dell’impero in una monarchia costituzionale, primo segnale della rivoluzione che scoppierà proprio nello Hunan contro la dinastia manciù e i suoi mandarini… I giovani guardano con simpatia ai due gruppi di innovatori, i riformatori e quelli più radicali che propugnano l’avvento della repubblica e fanno capo ad un energico leader, Sun Yat-sen. La rivoluzione da lui guidata scoppia nell’autunno del 1911, dapprima tra lo Hunan e Canton, per dilagare poi a Changsha”. A. Ghirelli, Tiranni, pp.175-176.

DA UNA REPUBBLICA PER IL POPOLO AD UNA REPUBBLICA SENZA POPOLO
I primi fuochi della rivoluzione si accendono il 10 ottobre 1911 con la Rivolta di Wuchang tra i quadri dell’esercito imperiale, per poi divampare in un vero e proprio incendio anzitutto tra le province meridionali. Nel giro di pochi mesi, a inizio gennaio 1912, viene proclamata la Repubblica di Cina con la nomina a Presidente provvisorio di Sun Yat-sen e la caduta del famoso e cinematografico “Ultimo Imperatore” Aisin Gioro Pu Yi. Da quel momento la Cina non è più un’entità statale unita ma torna a dividersi tra territori, come nel caso del Tibet e della Mongolia che si rendono immediatamente indipendenti. Braccio politico del nuovo regime è il Kuomintang, partito di ideologia nazionalista fondato nel 1912 su ispirazione dei Tre Principi del Popolo. Sembra filare tutto liscio, ma vecchi problemi restano irrisolti e molto presto si vedrà che la Repubblica non nasce nel modo sperato da Sun che, vittima di congiure di palazzo, è costretto nuovamente all’esilio e la sua eredità ideale preda del potente di turno: “Il nuovo governo repubblicano, che sostituì la dinastia, era guidato da Sun Yat-sen, un cinese del sud che aveva studiato medicina in quelle che all’epoca erano le Hawaii britanniche: l’educazione inglese ricevuta l’aveva portato a convertirsi al cristianesimo e a darsi come scopo della propria vita la formazione di un governo repubblicano nel suo paese di origine. Dopo i primi mesi di presidenza provvisoria, però, emersero disaccordi fra i rivoluzionari e ciò portò al potere il generale Yuan Shikai… Il suo governo si rivelò oppressivo: la repubblica che si era formata era ben lontana dagli ideali di Sun e degli altri leader, le cui speranze venivano vanificate dal potere reazionario di Yuan. Il generale morì nel 1916, nello stesso anno in cui aveva pianificato di autoproclamarsi imperatore della Cina. La sua morte creò per un breve periodo le giuste condizioni per l’instaurarsi di un sistema democratico ma, benché il governo centrale a Pechino continuasse ad affermare la propria autorità, il potere passò rapidamente ai comandanti militari regionali, comunemente chiamati Signori della Guerra”. L. Benson, Cit., pp.24-25.

La morte di Shikai crea le condizioni per il ritorno di Sun ma il quadro politico è radicalmente mutato, il Kuomintang non ha da solo la forza di ristabilire un senso di governo unitario e all’orizzonte si affaccia una nuova e determinante realtà: nel 1921 a Shangai nasce il Partito Comunista Cinese (Pcc), gruppo politico creato “dalla nuova generazione di attivisti, studenti e professori che interrogavano la filosofie politiche occidentali per trovare una risposta alle vecchie ingiustizie sociali… La sconfitta dei signori della guerra e la riunificazione di buona parte del paese non risolsero però i problemi principali della Cina. I punti deboli continuavano ad essere l’economia, la grande miseria nelle campagne e la diffusione di crimine e corruzione”. L. Benson, Cit., pp.26-27.

La collaborazione tra nazionalisti e comunisti, dunque, è d’obbligo e Sun si impegna in un nuovo programma di governo che contempla, appunto, la cooperazione politica e così nuovi rapporti con l’Unione Sovietica per il suo ruolo di primogenitura nel comunismo mondiale; aiuti rivolti a contadini e operai; riunificazione militare del Paese; e via di questo passo verso una Repubblica democratica. La morte improvvisa di Sun Yat-sen, nel 1925, pone fine a questo esperimento tra forze contrapposte e, venuto meno il suo collante, precipita la Cina in una lunga guerra civile tra gli ex alleati guidati ora da due pesi massimi come Chiang Kai-shek a capo del Kuomintang e Mao Tse-tung leader del Pcc. I nazionalisti perderanno, anche a seguito degli eventi della Seconda guerra mondiale, ritirando le loro forze e le loro prospettive nel piccolo fronte di Taiwan. Una delle ragioni di fondo, invece, che porteranno Mao dopo la sua “lunga marcia” a fondare nel 1949 la Repubblica Popolare Cinese, e con essa il nuovo impero rosso, risiede proprio nella capacità del Pcc di assorbire l’eredità di Sun Yat-sen e farla sembrare una caratteristica meno militarista, innata e popolare: “Le condizioni di sfruttamento che dovevano subire i lavoratori cinesi all’inizio del Novecento rispecchiavano la situazione dei lavoratori europei, ma poiché in Cina molte fabbriche erano di proprietà straniere – principalmente in mano a giapponesi ed europei – le prime organizzazioni sindacali furono tendenzialmente nazionaliste. Il fatto poi che molti dei primi sindacati fossero capeggiati da membri del Pcc rese il nazionalismo un elemento intrinseco del comunismo cinese. Il Partito nazionalista… cercò a propria volta di usare il nazionalismo per raccogliere sostegno ai propri programmi, ma sarebbe stato il Partito comunista a sfruttare il nazionalismo per la propria causa…”. L. Benson, Cit., p.18.

In conclusione, Sun Yat-sen è un visionario dai programmi deboli e irrealizzabili o, in realtà, sin dall’inizio interprete involontario di una specificità politica che consente ad opposte ideologie di trovare quei punti di contatto e di fusione necessari in un paese molto complesso e articolato? Il governo di un territorio smisurato e una popolazione sterminata come la Cina, già allora, può realizzarsi attraverso la piena democrazia? Sembrerebbe di no a leggere il pensiero di Mao, e condiviso a suo tempo da Sun: “Un tempo le parole d’ordine della Rivoluzione francese erano libertà, uguaglianza, fraternità. Le parole d’ordine della nostra rivoluzione sono nazionalità, diritti del popolo, tenore di vita del popolo… Quando lo stato sarà in grado di agire con libertà, allora la Cina sarà uno stato forte. Se vogliamo che lo diventi, dobbiamo tutti rinunciare alla nostra libertà. Se gli studenti sono in grado di sacrificare la loro libertà, allora si impegneranno quotidianamente a lavorare per la scienza. Se i soldati sono in grado di sacrificare la loro libertà, allora ubbidiranno agli ordini e ameranno fedelmente la patria, e così lo stato sarà libero… Perché vogliamo la libertà dello Stato? Perché la Cina è oppressa dalle potenze e ha perso la sua identità di Stato”. H. S. Glintzer, Cit., p.239.
 
Nella Cina rossa i Tre principi di Sun non hanno trovato accoglienza. Diritti, benessere, libertà… non hanno ottenuto alcun posto comodo nell’ideologia unica. La Cina è diventata quello che è oggi, nonostante le aspettative del popolo. Il fondamento della politica cinese resta in quelle parole che, seppur non riescono a risolvere un marcato squilibrio sociale nello sviluppo economico, conferiscono alla struttura del paese nel suo complesso, a questo dragone ancora più vivo, una formidabile autorità sul XXI secolo: “Il suo peso demografico, economico, politico e militare è destinato a modificare gli equilibri del pianeta e a segnare l’epoca in cui viviamo. I problemi energetici, il cambiamento climatico, le grandi sfide ambientali che incombono sull’umanità non si possono risolvere senza un contributo decisivo dei cinesi. La pace mondiale, la nostra sicurezza, la diffusione o l’arretramento dei diritti umani dipendono anche dalle scelte compiute a Pechino. Questa prospettiva sollecita in tutti noi interrogativi assillanti sul ruolo della Repubblica popolare nelle vicende contemporanee. Sentiamo un bisogno urgente di capire la natura profonda di questa nazione e del sistema politico che la governa; di decifrare le intenzioni della sua classe dirigente; di penetrare nella mentalità dei cinesi e nella loro rappresentazione del mondo”. H. S. Glintzer, Cit., prefazione.


29 settembre 2014

UMAR IBN AL-KHATTAB, QUANDO I CALIFFI AFFERRAVANO TERRE NON TESTE

Islam, l'altra faccia del mondo e della religione, tra origini nazionaliste e crociata moderna. Dalla confusione interna ai musulmani sui principi e la missione divina ad uno scontro intermittente di civiltà sulla lama del pugnale. Una Jihad globale con un occhio ai pozzi di petrolio?
 
DAI CALIFFI DI ISPIRAZIONE ROMANA ALL’ODIERNO MEDIOEVO TECNOLOGICO
L’Islam alla conquista del mondo o no? È da 14 secoli che questa minaccia fa avanti e indietro. Non che ci sia qualcosa di illogico in questo tentativo già inseguito per lungo tempo, con mezzi differenti, anche dal Cristianesimo e durante il Colonialismo; ma un buon pezzo di civiltà ha definitivamente abbandonato l’idea. Ancora oggi, invece, in tempi di riedizione del califfato islamico come storico progetto di unificazione nazionale delle comunità musulmane sparse per il mondo, occorre ricordare che non parliamo di un fenomeno nuovo ma di un progetto politico-religioso che a fasi alterne affonda le sue radici nel VII secolo d.C. Però, per una strana involuzione dei riti della storia, assistiamo ora più che nel passato ad una medievale ma tecnologica brutalizzazione delle mire fondamentaliste islamiche che – anche attraverso sgozzamenti, tendenze genocide e utilizzo delle tecniche di comunicazione più moderne – mirano ad arrivare fino a Roma.
È una vera e propria degenerazione dell’islamismo, al suo interno e verso il resto del mondo, non nato in principio con l’idea di conquistare e convertire la civiltà. Per tentare di ricostruire dalle radici la degradazione che la comunità internazionale si trova ad affrontare oggi dobbiamo tornare molto indietro, quasi alle origini, e spulciare quel poco che si tramanda sulla storia del califfo – tra i più importanti di sempre – Umar Ibn Al-Khattab sotto il cui dominio cadranno tra il 634 e il 644 d.C. Siria, Palestina, Egitto, Mesopotamia e Persia Occidentale sottoposte poi ad “una politica che  consentisse di governare il grande impero che i suoi eserciti avevano conquistato. Stabilì che nelle regioni conquistate, gli arabi avrebbero formato una casta militare privilegiata che doveva risiedere in cittadelle fortificate, lontano dalle popolazioni sottomesse. I popoli assoggettati dovevano pagare dei tributi ai conquistatori musulmani ma per il resto venivano lasciati in pace. Soprattutto non furono costretti con la forza a convertirsi all’Islam”. M. Hart, Gli uomini che cambiarono il mondo, p.354.
 
È di una certa evidenza che la conquista araba, vedremo fino a quando, si caratterizza come guerra nazionalistica a carattere espansionistico e non come guerra santa, per quanto è ovviamente possibile scorgere l’aspetto religioso. In ogni caso, una visione tipicamente “romana” di conquista e di accoglienza di usi e religioni dei popoli sottomessi: “Il modello della nuova amministrazione fu quasi sempre offerto ai conquistatori arabi dallo stato romano-bizantino e anche dal sistema economico persiano. Da quest’ultimo ad esempio nacque il famoso Diwan, da cui l’attuale dogana. A guidare lo stato era il califfo, la cui figura subì con il tempo una profonda evoluzione. All’inizio infatti egli era un capo di carattere religioso che, al massimo, coordinava i rapporti tra le varie tribù. In seguito invece, allorché il califfato divenne ereditario, fu suo compito dividere le terre, creare una classe di proprietari, maomettani convinti, che costituirono il nerbo della società araba, una sorta di protetti esentati dal pagamento delle imposte, ma tenuti a proteggere politicamente in modo fanatico l’azione dei governanti. I popoli soggetti invece furono obbligati al pagamento dei tributi e venne loro proibito di portare le armi e di avere incarichi di carattere politico e amministrativo. Essi furono denominati Dhimmi, godettero di autonomia limitata e la loro unica ma non indifferente libertà fu quella di poter conservare la loro fede religiosa originaria… Una certa tolleranza religiosa, di cui proprio ora si è fatto cenno, poi fece sì che le popolazioni occupate mantenessero la propria autonomia e, almeno in parte, le proprie convinzioni in fatto di culto, cosa che aumentò il già alto potenziale islamico di vittoria.” L. Gatto, La grande storia del Medioevo, p.397.
 
Questo è il percorso che segue Umar durante il suo califfato, raccogliendo l’eredità del suo predecessore Abu Bakr, a sua volta primo califfo per soli due anni dopo la morte di Maometto. Califfo infatti significa non più di “vicario” o “luogotenente”, mentre sarebbe blasfemo considerarlo “successore” in quanto nessuno potrebbe prendere il posto del Profeta fondatore della religione e della sua dimensione politica e sociale (la Umma, comunità islamica) con le prime grandi vittorie e l’espansione all’interno delle tribù arabe. E così Umar, convertendosi alla nuova fede dalla sua posizione di accanito oppositore di Maometto, diviene una spada formidabile. Nei dieci anni di califfato, prima del suo assassinio nel 644 per mano di uno schiavo persiano, gli arabi compiono le loro conquiste più importanti per ampiezza e durata soprattutto perché una volta sedate le rivolte interne l’espansione militare della Umma assume una dimensione globale iniziando a scontrarsi vittoriosamente con i due più importanti imperi dell’epoca: “Il bizantino, che governava la Grande Siria e l’Egitto, e il Persiano Sasanide, che governava l’Iraq e l’Iran… Entrambi gli imperi dovettero affrontare l’offensiva dei musulmani… Contro i bizantini lo scontro decisivo ebbe luogo nel 636 presso il fiume Yarmuk, un affluente del Giordano, poco a Sud del Mar di Galilea. Negli anni successivi i musulmani occuparono la Siria fino alle montagne del Tauro, che, nonostante frequenti incursioni in Anatolia, rappresentavano il loro confine dell’epoca. Nel 642 riuscirono anche a cacciare i bizantini dall’Egitto… Nelle prime spedizioni si faceva sempre ritorno a Medina, ma man mano che ci si spingeva sempre più lontano il ritorno alla base di partenza diventava una perdita di tempo… Con il ritiro della potenza bizantina dall’Egitto e dalla Siria e con il collasso dell’impero sasanide, queste basi avanzate divennero le sedi dell’amministrazione provinciale. È da sottolineare che lo scopo principale delle prime spedizioni era di fare bottino e non diffondere la religione islamica e convertire né estendere lo stato islamico. Alcune tribù politeiste all’interno dell’Arabia furono costrette con la forza ad accettare l’Islam, ma altrove la maggior parte degli abitanti era composta di cristiani, ebrei…”. W. M. Watt, Breve storia dell’Islam, pp.33-34.
 
Contestualmente a questa imponente avanzata, Umar fa in tempo a disegnare l’architettura base per la struttura amministrativa dello stato islamico, utilizzando anche personale cristiano, israelita o zoroastriano. Pugnalato poi a tradimento, sul letto di morte organizza un Consiglio di Compagni del profeta (Shura) che attraverso una consultazione, scongiurando potenziali conflitti per la successione, designa il nuovo califfo Othmàn che proseguirà la politica di espansione: “Umar, dopo Maometto, è stato il principale artefice della diffusione dell’Islam, che senza le sue rapide e prodigiose conquiste non avrebbe avuto le dimensioni odierne. La maggior parte del territorio conquistato durante il suo regno, inoltre, è rimasto arabo”. M. Hart, Cit., p.355.
 
UNA CROCIATA AL CONTRARIO PER UN DIO DI TUTTI E POZZI DI POCHI?
Fin qui nulla di sconvolgente nel millenario scontro tra popolazioni e idee per mezzo della guerra e del sangue, ma resta la necessità di capire le ragioni più profonde per cui ancora oggi un sistema di potere ancorato ad un dio, un profeta e un testo sacro (Allah, Maometto e Corano) insegua un modello ecumenico aggressivo fuori dalla storia. Sembra chiaro, ma non lo è affatto, che poggiando su libere interpretazioni spesso in contraddizione tra loro “il libro si basa sulla convinzione che Maometto fu un profeta scelto da Dio per adempiere a un compito particolare, e che lo stesso Dio è dietro l’espansione dell’Islam in tutto il mondo”. W. M. Watt, Cit., p.7.
 
Perché contraddizioni? Perché sono esattamente opposte tra loro, all’interno delle fazioni della Umma createsi nel corso dei secoli, le tesi secondo cui il Corano spinge alla guerra santa o no; vero è che “la tradizione islamica, quindi è tutt’altro che monolitica: viceversa, è il prodotto di molti secoli di studio e dibattito interno. I dibattiti attraverso cui il pensiero islamico ha preso forma rivelano molto anche a proposito del jihad, un concetto spesso travisato in Occidente. Nel Corano e nella tradizione, il jihad è inteso come ‘lotta in nome della fede, o in difesa della fede’. Questo termine complesso, assai discusso nella letteratura islamica, è stato oggetto di moltissime interpretazioni e controversie, nel corso dei secoli. Tuttavia, la maggior parte degli studiosi concorda su una cosa: esso contiene un imperativo, valido per ogni musulmano e per la comunità nel suo insieme, a lottare contro ciò che potrebbe corrompere la parola di Dio e causare disarmonia”. M. S. Gordon, Capire l’Islam, pp. 63-64
 
Niente di più pericoloso in questa totale vaghezza, con il risultato della nascita di gruppi estremisti che hanno scelto di interpretare il jihad in termini militanti e globali, appunto come “guerra santa contro gli infedeli da convertire anche con la violenza, per introdurre il dominio dell’Islam ossia della più completa volontà di Dio”. L. Gatto, Cit., p.394.
 
Si tratterebbe, insomma, di una crociata al contrario? Mentre le armi continuano ad incrociarsi, serve una risposta definitiva che può arrivare ancora una volta solo dall’interno della Umma per determinare più profondamente il ruolo dell’Islam nel mondo: “La questione fondamentale è se l’Islam sia differente da tutte le altre religioni e sistemi filosofici, cosicché l’idea di una sfera peculiare all’Islam abbia ancora un senso, o se sia semplicemente una religione fra molte altre, sia pure da certi punti di vista superiore alle altre. I musulmani dalla mentalità liberale sembrano accettare in pratica che vi siano altre religioni collocate più o meno allo stesso livello dell’Islam, ma molti tradizionalisti sembrano ancora pensare che l’Islam abbia una posizione assolutamente unica in campo religioso. Affinché l’Islam assuma un posto appropriato in un mondo multireligioso, è importante che i musulmani ammettano che anche nelle altre religioni vi è almeno una buona parte di verità”. W. M. Watt, Cit., p.122.
 
In attesa di sciogliere questo nodo che potrebbe rasserenare i rapporti all’interno della comunità internazionale e disegnare un vero percorso di progresso per molte popolazioni tra Medio Oriente, Asia e Nord Africa, possiamo continuare ad interrogarci sulla validità del concetto “religione oppio dei popoli”: un po’ un inganno per gli inconsapevoli mentre i tagliagole mirano in realtà ai pozzi petroliferi…??

18 luglio 2014

FREDEGONDA, IN EMBRIONE DI FRANCIA UNA SCIA DI SANGUE PER IL TRONO

Tradimenti, torture, delitti di una regina spietata. Alle origini di una nazione il feroce scontro per il potere e il disordine di una stirpe decadente in una storia che ha lasciato troppi volti incerti
 
IN UNA DONNA IL CAOS DI UNA DINASTIA FANNULLONA
Nella ex Gallia romana (non ancora Francia), dal V secolo d.C. si riversano a valanga i Franchi, popolazione di derivazione germanica, ben determinati a prevalere nell’inevitabile lotta per il predominio apertosi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Un territorio fortemente suddiviso in innumerevoli tribù in cerca di spazio e supremazia, con un spiccata tendenza alla ferocia, al saccheggio e alla devastazione. Caratteristiche da cui non sarà estranea Fredegonda, dapprima una semplice dama di compagnia – successivamente regina dei Franchi della Neustria – che dal sangue e dalla spietatezza pescherà il trono della Francia delle origini: “Un’ambizione senza confini e nessuno scrupolo morale, sembra sempre essere l’anima di tutte le azioni più turpi. Le rappresaglie e i sanguinosi regolamenti di conti anche fra parenti stretti fanno parte delle abitudini dei popoli germanici, ma in questo caso sono portate all’estremo da una donna gelida come un serpente, accecata dall’odio, professionista nell’arte dell’insinuarsi e soprattutto totalmente estranea al sentimento del rimorso. Chi la minaccia, chi la infastidisce o contrasta i suoi piani non ha scampo”. M. Minelli, Le regine e le principesse più malvagie della storia, p.18.
 
Ma perché la storia di una donna apparentemente secondaria? Perché in essa si racchiudono tutte le peculiarità della caotica stirpe dei Merovingi elevata dal condottiero Clodoveo I, agli inizi del 500 d.C., a centro dell’unificazione di tutti i popoli Franchi. Alla sua morte il regno passa nelle mani dei figli che raccolgono in eredità la barbarie del padre ma non anche il genio: “La grande intuizione di Clodoveo fu quella di porsi come vero erede del potere romano in Gallia, ovvero come il garante della sicurezza; ciò gli guadagnò infatti l’adesione dei gallo-romani, concretizzatasi con l’entrata nel suo esercito di soldati che già avevano prestato servizio nelle armate e nelle guarnigioni imperiali. Con l’aggiunta degli ausiliari barbari dei regni che andava man mano conquistando, costituì un esercito potente, dotato anche di un’efficiente cavalleria, con il quale conquistò tutta la Gallia, eccettuate Settimiana, Burgundia e Provenza: la sua opera lo pone a buon diritto come il primo fondatore della nazione francese”. A. Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, p.150.
 

Ma i suoi successori, passati alla storia come Re fannulloni, tra delitti, tradimenti e guerre civili metteranno in ginocchio lo Stato: “La stirpe di Clodoveo, i cui meriti furono innegabili, venne tuttavia contraddistinta da un’endemica instabilità politica insita nell’antica tradizione franca assuefatta a suddividere i possedimenti territoriali tra i vari eredi maschi. Seguendo tale consuetudine, nacquero così, sempre nell’ambito della dinastia Merovingia, i modesti regni di Austrasia, Neustria, Borgogna, Parigi, Orléans e Aquitania, mentre furono ricorrenti le lotte fratricide”. L. Gatto, La grande storia del Medioevo – tra la spada e la fede, p.603.
 
Tra i costumi mantenuti e tramandati dai Merovingi, non solo crudeltà efferata e sete di vendetta, ma anche la poligamia: “Uno stuolo di concubine, spose di secondo rango, favorite, oltre a una regina ufficiale alla quale spetta anche l’ingrato compito di far vivere in relativa pace tutte queste donne che abitano nella dimora reale, occupandosi principalmente dell’educazione dei figli e dei lavori domestici. Non troppo di rado all’interno di questi ginecei scoppiano delle vere e proprie tragedie, come quella che ha per protagonista assoluta la terribile Fredegonda, amante e poi moglie di Chilperico I (re di parte dell’Austrasia e successivamente della Neustria e Aquitania), uno dei nipoti di Clodoveo”. M. Minelli, Cit., pp.11-12.
 
DAL LETTO AL TRONO
La giovane e bella dama viene delegata al servizio della consorte di Chilperico, Audovera, ma l’obiettivo è entrare nel letto del re. Cosa presto fatta, giacché il sovrano merovingio, sanguinario e implacabile, non si fa certo pregare e ripudia anche la moglie che si chiude in convento.
Ma le trame di Fredegonda non sono pienamente soddisfatte perché Chilperico desidera una sposa di sangue reale e la trova in Galsuinta, principessa visigota. Fredegonda, tuttavia, non si dà per vinta e “indossa la maschera dell’umiltà, della devozione e chiede di poter restare a palazzo, al servizio della nuova sovrana. La donna sa benissimo che la virtù di Chilperico è fragile e i suoi buoni propositi sono facili da smontare. Infatti dopo pochi mesi il re ricade nel letto dell’amante. Galsuinta però è di tutt’altra pasta rispetto alla prima moglie e minaccia di scatenare un putiferio e tornare in Spagna… Un abbandono così umiliante, dopo un matrimonio tanto prestigioso, sarebbe troppo per un uomo orgoglioso come Chilperico, così la regina non fa in tempo a mettere in atto i suoi bellicosi propositi perché una mattina del 567 viene trovata morta… Strangolata nel sonno, non si sa da chi, ma molti immaginano che dietro l’omicidio ci sia la mente se non la mano di Fredegonda. Chilperico mostra per qualche giorno grande dolore, ma qualche tempo dopo sposa la sua amante”. M. Minelli, Cit., pp.15-16.
 
È la miccia che fa scoppiare la guerra civile con Sigeberto I, re dell’Austrasia e fratello di Chilperico, oltreché marito di Brunechilde sorella di Galsuinta. Uno scontro terribile d’una trentina d’anni che semina morte e rovina e che in una fase di stallo sarà risolto proprio da Fredegonda: “Trova molto più semplice e pratico affidare a due fedelissimi una delicata missione: uccidere Sigeberto, eliminando così il problema alla radice. L’omicidio avviene a Vitry, proprio mentre il re dell’Austrasia sta per essere riconosciuto re di tutti i Franchi. I due uomini trafiggono Sigeberto con la scramassa, il lungo micidiale pugnale franco, al quale – come ulteriore garanzia di successo – è stata avvelenata la lama”. M. Minelli, Cit., p.17.
 
FIGLI VERSO LA FRANCIA E FIGLIASTRI VERSO LA MORTE
L’Austrasia è allo sbando, l’esercito disperso e Brunechilde imprigionata in convento. Un trionfo apparente per Fredegonda perché Meroveo II, secondogenito di Audovera, si innamora di Brunechilde liberandola e sposandola in segreto. Riprende, dunque, la guerra civile e questa volta Fredegonda – con un Chilperico sempre più soggiogato – rivolgerà la sua ira contro tutti figli di primo letto del re, a vantaggio dei suoi: “Con Meroveo ha gioco facile: il matrimonio con Brunechilde basta a farlo considerare un traditore, quindi è costretto a tagliarsi i capelli (che i Franchi di alto lignaggio portano lunghissimi) e a farsi monaco. Poco dopo cade in una trappola tesagli dalla matrigna e alla fine, disperato, si suicida. Questa la versione ufficiale anche se per molti in effetti è stata la spietata regina a dare l’ordine di ammazzarlo… Nel 578 la regina della Neustria ha in parte completato la sua opera: Meroveo è morto, Teodoberto, l’altro figliastro, è caduto sul campo di battaglia tre anni prima; resta solo un figliastro, Clodoveo che… non solo ha insultato Fredegonda a più riprese, ma ha come amante una strega che, dopo qualche ora in compagnia del boia, confessa tutto.. Chilperico, terrorizzato dalla paura dei complotti e anche totalmente dominato dalla moglie, consegna il figlio nelle mani della matrigna. Ferocemente torturato, Clodoveo non ha più nulla di particolare da raccontare, però viene imprigionato e qualche giorno dopo pugnalato a morte”. M. Minelli, Cit., pp.18-19.
 
Fredegonda si libera quindi di ogni ostacolo per sé e i suoi figli con l’ambizione un giorno di dominare su tutti i Franchi. E visto che non ha freni, fa uccidere anche Audovera, da anni rinchiusa in convento. Ha le mani libere e Chilperico ormai ininfluente, fin quando egli stesso muore assassinato da “ignoti” mentre torna da una battuta di caccia nel 584. Non sarà una vedovanza allegra per Fredegonda perché sul suo regno tornano a spirare nuovi venti di guerra dal re di Burgundia, Childeberto II, figlio di Brunechilde e Sigeberto, che però viene sconfitto e tre anni dopo avvelenato.
Con questa vittoria Fredegonda non ha più rivali, invade la Borgogna e prende Parigi. Il suo lavoro si conclude e, così, muore nella futura capitale di Francia – a quanto pare non uccisa da nessuno – nel 597 lasciando al figlio Clotario II un regno prospero e la prospettiva di imperare su tutte le tribù Franche dopo essersi liberato, con i buoni insegnamenti della madre, dell’ultima rivale superstite, Brunechilde: “Catturata, imprigionata, sottoposta alle peggiori torture e umiliazioni, viene infine attaccata per un braccio, una gamba e i capelli alla coda di un cavallo selvaggio che, aizzato al galoppo, fa a pezzi il corpo dell’anziana regina”. M. Minelli, Cit., p.22.
 

 

16 aprile 2014

PUBLICOLA, NEL NOME DELLA LEGGE LA NASCITA E LA MORTE DELLA REPUBBLICA

Storia minima dei 2 paradossi di uomini illustri e regole severe che fondano Roma repubblicana e, tramandando i propri geni e le proprie faziose suggestioni, ne decretano la fine
 
ABBASSO IL RE, NASCE LA REPUBBLICA
Una strana beffa della storia, o forse in questo caso della leggenda, lega la nascita e la morte dell’antica Repubblica di Roma a discendenze di sangue e provvedimenti legislativi posti contro il ritorno della monarchia che, invece, alla fine condurranno ad un impero autocratico. In questo paradosso si svolge l’esperienza di Publio Valerio Publicola, politico e militare romano, vissuto tra il 560 e il 503 a.C., tra i protagonisti della cacciata dei Tarquini dalla città – colpevoli di un accentuato dispotismo tirannico – che chiude la fase dei sette re e, appunto, costruisce le fondamenta della nuova Repubblica. Siamo infatti nel 509 a.C. e tutto nasce nel momento critico della messa al bando di Tarquinio il Superbo, responsabile di un governo ormai osteggiato da tutti: “In particolare imperversava sui patrizi e sui senatori cercando, in questo modo, di fargli capire che non aveva bisogno del loro consenso per governare. Pretesa rischiosa perché era destinata a diventare la vera ragione politica della fine della monarchia… Per ribadire nella mente dei sudditi il concetto secondo cui il suo potere perveniva direttamente da Giove, Tarquinio si affrettò a completare e a dedicare il tempio del dio sul Campidoglio…”. G. Antonelli, Gli uomini che fecero grande Roma antica, pp.28-29.
Secondo la leggenda la monarchia finisce come effetto di una ribellione ma è pur vero che, a poco a poco, la stessa struttura monarchica ha perso i suoi poteri effettivi lasciandoli nella competenza dei magistrati annuali: “Che per quanto sia ricamata con particolarità poetiche e ridotta a leggenda la storia della cacciata dell’ultimo Tarquinio, non può certo muoversi alcun dubbio ragionevole sulla sostanza di questo fatto… Avere cioè il re omesso d’interpellare il senato e di mantenerlo in numero; avere pronunciate pene di morte e di confische senza consultare i senatori; avere ammassato nei suoi granai immense provvigioni di cereali ed imposto ai cittadini oltre ogni giusto limite carichi di milizia e di servigi manuali… Coll’ultimo re fu bandita tutta la sua famiglia, prova dello strettissimo vincolo che allora teneva ancora insieme i consorzi gentilizi. La schiatta dei Tarquini si trasferì a Cere, forse l’antica loro patria ove recentemente fu scoperta la loro tomba. In luogo della signorìa d’un uomo eletto a vita si misero poi a capo del comune romano due signori annuali”. T. Mommsen, Storia di Roma, Vol. II, p.12.
 
Così inizia per Roma un periodo di grandi cambiamenti istituzionali e politici in cui emerge la figura di Publicola in stretta collaborazione con il ben più famoso Lucio Giunio Bruto, comandante delle truppe contro Tarquinio e fondatore della Repubblica. Giurata fedeltà al nuovo governo, Publicola si impegna a renderlo stabile, scoprendo e debellando una congiura ordita dai Tarquini per tentare di riprendersi il trono. Da questo momento si fa sostenitore di leggi a sostegno delle libertà popolari e della giustizia sociale come la Provocatio, in base alla quale si concede all’accusato il diritto di appello al popolo per trasformare un’eventuale sentenza di pena capitale in altro giudizio. Contribuisce a convocare un grande comizio centuriato “cui presero parte tutti i cittadini-soldato che proclamarono definitivamente seppellita la monarchia, le attribuirono la responsabilità di tutti gli errori e i soprusi di cui si era macchiata l’amministrazione della cosa pubblica in quei primi due secoli e mezzo di vita; e al posto del re nominarono due consoli, scegliendoli nelle persone dei protagonisti della rivoluzione”. I. Montanelli, Storia d’Italia 1: Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine, p.61.
Con la riforma costituzionale si apre la strada al nuovo potere consolare e al principio di collegialità. In realtà “il potere regio non fu affatto abolito, e ne abbiamo una prova nel fatto, che durante la vacanza, tanto prima che dopo, si procedeva alla nomina d’un interrè; in luogo d’un re nominato a vita, ve n’erano due annuali, che si chiamavano generali (praetores) o giudici (iudices) od anche soltanto colleghi (consules)… Il supremo potere non era deferito ad entrambi i consoli insieme, ma ciascuno lo esercitava per proprio conto così pienamente, come se l’avesse tenuto ad esercitare il re, e sebbene da principio le competenze fossero divise e un console assumeva il comando dell’esercito, l’altro l’amministrazione della giustizia, tale divisione non era in nessun modo obbligatoria avendo ciascuno la facoltà d’ingerirsi legalmente in ogni tempo nelle attribuzioni dell’altro; in caso di conflitto si ricorreva ad un turno misurato a mesi od a giorni. Solo là dove il supremo potere si opponeva al supremo potere e l’un collega proibiva ciò che l’altro comandava, le sentenze consolari si neutralizzavano… È ben vero che nella Repubblica romana anche il re era soggetto e non superiore alla legge, ma siccome giusta il concetto romano il supremo giudice non poteva esser citato innanzi a se stesso, il re poteva ben sì commettere un delitto, giacché per esso non v’era né tribunale né pena. Commettendo invece il console un omicidio o un delitto d’alto tradimento verso la patria, esso era protetto dalla sua carica finché essa durava; ma trascorso il suo termine era soggetto al tribunale criminale ordinario come qualunque altro cittadino”. T. Mommsen, Cit., pp.13-15.
 
Nel corso della sua vita Publicola sarà eletto Console per quattro volte e dall’alto di questa carica difenderà Roma dalla spedizione di Porsenna, re di Chiusi, in aiuto di Tarquinio il Superbo; poi ancora nella guerra contro i Sabini per la quale gli viene tributato anche il trionfo.
ABBASSO IL RE, MUORE LA REPUBBLICA
Da tutti questi primi passaggi deriva il significato del suo soprannome Publicola, ovvero “amico del popolo” o anche “colui che cura gli interessi del popolo”. Così tanto amico e interprete degli umori popolari che afferra subito come stare al passo con i tempi, arrivando ad approvare leggi che “comminavano la pena di morte per chiunque tentasse di impadronirsi di una carica senza l’approvazione del popolo… E concedevano a tutti il diritto di uccidere, anche senza processo, chi tentasse di farsi proclamare re. Quest’ultima legge dimenticava però di precisare in base a quali elementi si poteva attribuire a qualcuno quell’ambizione. E consentì al Senato, negli anni che seguirono, di liberarsi di parecchi incomodi nemici additandoli, appunto, come aspiranti-re”. I. Montanelli, Cit., p.62.
 
Sarà su quest’ultima contraddizione, più che altro strumento di lotta politica e difesa di interessi particolaristici, che si condenseranno i 2 paradossi storici e umani della fine della Repubblica romana, a partire dalle Idi di marzo nel 44 a.C.:
Caio Giulio Cesare sarà assassinato in una congiura al Senato in quanto aspirante-re, ma nient’altro che fiero avversario degli ultimi residui dell’oligarchia aristocratica. L’ultima pugnalata in difesa della “libertà repubblicana” tocca a Marco Giunio Bruto, discendente del fondatore Lucio Giunio Bruto. Dalla cacciata dei Tarquini, la somma di questi due paradossi rappresenta la perfetta quadratura del cerchio di una legge antimonarchica e una discendenza di sangue che sigilla a quasi 500 anni di distanza la nascita e la morte della Repubblica, i fin dei conti per implosione più che per le mire di potere di un presunto monarca senza corona. Un delitto quanto mai dannoso e, quindi, controproducente giacché la nuova Roma già si intravede e Cesare ne agogna “una perfetta organizzazione incrollabile… esclusivamente improntata, nei suoi intendimenti, ad una progressiva rinascita di lavoro e di pace. A tale scopo egli aveva lottato e moltissimo vinto. La Monarchia era finalmente sorta dalla Repubblica soppiantando l’antica Oligarchia esclusivista; però la Nemesi non perdona ai mortali; la mole della costruzione forzò la mano allo stesso artefice, ed il corso degli avvenimenti deviò dal sentiero tracciatogli: fondata la nuova Monarchia nelle sue forme esteriori oltre che nell’essenza dei suoi sentimenti, Cesare doveva accorgersi di aver prodotto non già un capolavoro di pace, bensì una creatura di guerra”. T. Mommsen, Caio Giulio Cesare, p.8.

Tuttavia, è riconosciuto, che ancora vivente non ha in animo di sovvertire le istituzioni della Repubblica ma adeguare le necessità di conduzione dello Stato ai confini ormai raggiunti; difatti “nonostante le ripetute insinuazioni di ipocrisia, riservategli dagli storici che hanno teorizzato la sua consapevole pianificazione dell’ascesa al trono regale, siamo del parere che a mettersi una vera corona in testa Cesare non ha mai pensato seriamente. Voleva il potere sulla città ma non gli interessava la cornice che doveva consacrarlo con simboli monarchici, i quali avrebbero indispettito i suoi concittadini, tutti più o meno intimamente repubblicani. Anche l’aver accettato la nomina di dittatore a vita non è una prova in contrario. Per lui questa carica garantiva la continuità del potere, sottratta alle procedure defatiganti dei rinnovi annuali. E magari non è da escludere che abbia pensato di imitare Silla, dimettendosi quando si fosse convinto di aver concluso la sua avventura esistenziale, quando l’età e la stanchezza gli avrebbero annunciato che non aveva più la forza di continuare ad essere Cesare, quando cioè avrebbe dovuto smettere di conquistare nuovi paesi e ridursi a scrivere le sue memorie”. G. Antonelli, Giulio Cesare, p.206.

In ultima analisi, un delitto dannoso e controproducente perché nulla di tutto questo troverà spazio nella successiva sfida tra Cesare Ottaviano e Marco Antonio, che spiana definitivamente la strada al Principato e all’Impero passando sui corpi dei cesaricidi e della Repubblica.


 

14 marzo 2014

GIOVANNI DALLE BANDE NERE, ULTIMO ARDITO DEGNO FIGLIO DELLA MADRE


Un grande condottiero in soli 28 anni, eroe della debole Penisola vittima delle sue divisioni e continua preda di battaglia. Con la morte del troppo giovane capitano cala il sipario su ogni ambizione di autonomia degli Stati italiani


UN FULMIME SULLO SPEZZATINO ITALICO
Sul finire del ’400, nel periodo in cui la sete di conquista di Francia e Spagna mostra tutta la sua pressione sugli Stati italiani, mentre l’influenza delle Signorie si avvia verso una fase di indebolimento e si rafforza – invece – quella del Papato; passa e fulmina rapida l’avventura di Giovanni de’ Medici, ultimo capitano delle compagnie di ventura all’alba del Rinascimento. Una parabola di vita velocissima, tra il 1498 e il 1526, che porta con sé nella tomba il tentativo di proteggere sotto le insegne della Chiesa la frastagliata geografia italiana dalla minaccia di Carlo V
Ma per questo tentativo non è sufficiente il suo valore. Troppo debole, infatti, è la scena nazionale per resistere a nemici ben più potenti: “Un’Italia frantumata in una galassia di Stati e staterelli in lotta fra loro per un impossibile primato… Per tutto il Quattrocento la Penisola fu teatro di scaramucce e guerricciole cittadine che indebolirono le parti ostacolando e ritardando di secoli il processo d’unificazione del Paese. Incapace di diventare una Nazione, esso finirà infatti, come vedremo per trasformarsi in un campo di battaglia e di rapina di eserciti stranieri, in una terra di conquista alla mercé del vincitore di turno”. I. Montanelli, Storia d’Italia 1250-1600, pp.305-310.
 
Ma Giovanni ci prova lo stesso, né potrebbe far altrimenti sentendo pulsare nelle vene il sangue della sua famosa madre guerriera Caterina Sforza, Contessa di Forlì e nel 1500 implacabile avversaria dei Borgia alla conquista della città: “Asserragliata nella rocca con un pugno di fedeli, valorosamente rintuzzò gli assalti del nemico, ma dopo alcuni giorni dovette arrendersi. Il vincitore magnanimamente le risparmiò la vita, la spedì a Roma e la fece rinchiudere in convento… Una specie di virago già diventata famosa in tutta la Penisola per essere salita sulle mura della città e aver mostrato il ventre ai sudditi ribelli che stavano di sotto e minacciavano di uccidere i suoi tre figli, urlando ‘ho di che farne altri’…”. I. Montanelli, Storia d’Italia 1250-1600, pp.337, 547.
 
Cresciuto anch’egli in convento, nel 1509 Giovanni fa ritorno a Firenze alla morte della madre e sotto la tutela dell’influente politico fiorentino Jacopo Salviati. Ben presto mostra in tutta la sua evidenza un carattere impetuoso e spregiudicato, tanto da arrivare ad uccidere un suo coetaneo in una lite e causandosi il bando dalla città.
Segue a Roma il Salviati, appena nominato ambasciatore, dove entra a far parte delle milizie pontificie per intercessione di papa Leone X (un de’ Medici come Giovanni). Anche a Roma, però, riaffiorano le sue intemperanze allorché uccide il comandante di un gruppo di armati della famiglia Orsini; una notizia che fa scalpore per la sua giovane età e l’esperienza della vittima.

UN CAPOBANDA NEL NOME DELLA CHIESA
Arriva, così, al suo battesimo del fuoco come soldato papale nella guerra contro Urbino in cui esibisce una profonda trasformazione a capo della sua compagnia, diventando un innovatore dell’arte bellica e propugnatore della più ferrea disciplina e obbedienza.
Le Bande di Giovanni, per lo più costituite da italiani, diventano una classica espressione della strategia di guerriglia con truppe leggere particolarmente mobili; dotate di fortissimo spirito di corpo dove traditori, disertori e approfittatori vengono messi a morte. È con questa forza d’urto che nel 1520, seguendo la strategia di Leone X volta ad impedire i pericoli di un’egemonia francese o spagnola, sconfigge diversi signorotti ribelli marchigiani e umbri, aiutando allo stesso tempo gli Sforza a riprendersi Milano contro i francesi di Francesco I.
Nel frattempo il Papa muore e Giovanni per manifestare il lutto muta in nere le insegne delle sue schiere. È così che nasce Giovanni dalle Bande nere ancora in lotta contro i francesi sconfitti insieme alla fanteria svizzera a Caprino bergamasco nel 1523. Con il nuovo pontefice, Clemente VII, cambiano le strategie contro il dilagante Carlo V: nasce la Lega di Cognac tra Francia, Papato, Firenze, Venezia e Milano per scacciare gli imperiali dall’Italia.
I conflitti che ne seguono, tra il 1526 e il 1530, segneranno il destino di Giovanni dalle Bande nere al comando delle truppe pontificie contro i lanzichenecchi. Nel corso di una dura battaglia a Governolo nel mantovano viene colpito alla coscia da un colpo di falconetto, la ferita è gravissima e si rende necessaria l’amputazione della gamba con 10 uomini a tenerlo fermo per l’operazione, mentre esclama: “Neppure venti mi terrebbero se io non lo volessi”.
 
Il poeta Pietro Aretino, suo grande amico e testimone del fatidico momento, per incitarlo racconta: “Lasciatevi tor via il guasto dell’artiglieria, ed in otto giorni potrete far reina l’Italia, che è serva. E la mutilazione la terrete in luogo dell’Ordine del Re che mai avete voluto portare al collo”.
“Facciasi tosto”, risponde l’eroe.
In quei frangenti, però, sopraggiunge la cancrena e Giovanni al confessore: “Padre, per essere io professore di armi, son vissuto secondo il costume dei soldati, come anco avrei vissuto secondo quello dei religiosi, se avessi vestito l’abito che vestite voi… Non feci mai cose indegne di me”.
E tra il pianto dei soldati e dei familiari muore a ventotto anni gridando: “Non voglio morire tra fasce e bende”.

La sua morte trascinerà simbolicamente, e per secoli, quella dell’Italia intera. I lanzichenecchi protestanti di Georg von Frundsberg dilagano nell’Italia del Nord e si dirigono verso Roma mettendola a sacco nel 1527: “Contro quella turba carica d’odio si fece solo, alla testa di scarsi drappelli, Giovanni dalle Bande nere. Era l’ultimo grande condottiero italiano e lo chiamavano così perché da quando era morto il suo grande patrono Leone X, non aveva più smesso il lutto. Fu l’ultima avventura di questo prode e leale capitano in cui rivivevano l’audacia e la spavalderia di sua madre, Caterina Sforza. Cadde con la spada in pugno com’era vissuto e non aveva che ventott’anni. Dopo di lui, Frundsberg non doveva incontrare più ostacoli sula rotta della sua Strafexpedition… Una coltre di paura e disperazione calò sull’Urbe… I lanzichenecchi si vendicarono sulla popolazione abbandonandosi a un indiscriminato massacro. In poco tempo più di diecimila cadaveri lastricarono il selciato e altri duemila galleggiarono sul Tevere. Il bersaglio preferito furono San Pietro e il Vaticano.
I saccheggiatori erano persuasi che le ricchezze ammassate lì dentro fossero rubate nel loro paese da quei ladroni di Papi e cardinali, secondo quanto andava dicendo Lutero… Le basiliche furono trasformate in accampamenti e bordelli… Carlo V, quando ne fu informato, declinò le proprie responsabilità; ma approfittò dell’accaduto per imporre una pace umiliante al disfatto Papa”. I. Montanelli, Storia d’Italia 1250-1600, pp.455-457.
 
Le guerre di Cognac si concludono di fatto con il definitivo dominio spagnolo sull'Italia.