24 novembre 2011

SURENA, IL “VIETCONG” CHE UMILIÒ E SVEGLIÒ I ROMANI

Carre 9 giugno 53 a.C. Roma perde le sue aquile e scopre di non essere la sola padrona del mondo. Storia di una disfatta tra la fine della Repubblica e la nascita dell’Impero degli imperi. Il lento abbandono dell’illusione del dominio sugli spazi infiniti segna la supremazia storica su ogni epopea
 
IL TOPO E L’ELEFANTE
Vietnam, dalla guerra combattuta e persa dagli Stati Uniti, è anche una metafora per indicare la sconfitta imprevedibile di una perfetta macchina bellica contro tecniche di guerriglia, in territori non convenzionali. Il topo contro l’elefante, e il topo vince. Vietcong è il guerrigliero che morde e scappa, è il topo che vince. Una certa storiografia farebbe risalire un primo esempio di questo genere alla terribile sconfitta inferta dall’esercito dei Parti, guidati del generalissimo Rostam Surena-Pahlavi, alle legioni romane di Marco Licinio Crasso. Un vero disastro che tuttavia non pregiudica il destino dei Romani, ma ne influenza le linee d’azione in politica estera e militare. Roma comincia a comprendere che la sua esistenza non si fonda sull’eterna conquista ma sull’amministrazione “politica” della sua grandezza: non un imperialismo indefinito ma una struttura imperiale che ruota attorno all’idea di Stato, diritto, economia, riforme e comunità sociale; sopravvivendo così ai “capricci” del despota di turno, e segnando in modo indelebile, anche dopo il suo declino, lo sviluppo del mondo.
 
SURENA E CRASSO, LE AQUILE PERDUTE E LE TESTE MOZZATE
La battaglia è dominata dall’intelligenza tattica di Surena che lega storicamente il suo nome alla consacrazione delle aquile (insegne militari romane) strappate al suo avversario, appropriandosi così di un potente simbolo di vittoria. Ma chi è? Dignitario partico della famiglia dei Suren è l’uomo più potente dell’Impero dopo re Orode: “Surena o, meglio, il Surena, qualifica di una specie di presidente della corte suprema partica depositaria del compito di designare il re tra gli aventi diritto alla successione, era un giovane di trent’anni con l’abitudine e l’aspetto tipici delle persone del suo rango: fasto pomposo e ingombrante nelle vesti, capelli inanellati e profumati e il solito bagaglio di concubine al seguito. Particolari che si compongono in un’immagine alquanto debosciata non raccomandabile in un generale che si appresta ad affrontare le nostre legioni, ma che costituiscono un contrasto affascinate quando siano accompagnati da intrepida spregiudicatezza, fantasia rapida e percezione precisa delle situazioni”. G. Antonelli, Il libro nero di Roma antica, p.46.
 
Un personaggio dall’immagine non certo asciutta come l’essenzialità romana: “Il comandante partico sfoggiava un lusso orientale destinato ad impressionare sudditi e nemici. Nei suoi spostamenti privati portava sempre mille cammelli con i cavalli e duecento carri di concubine, e per la scorta mille cavalieri corazzati e un numero ancor maggiore di cavalleggeri: in totale, con lui non vi erano meno di diecimila uomini tra cavalieri, servitori e schiavi”. G. Traina, La resa di Roma – 9 giugno 53 A.C, pp.58-59.
 
Così carnevalesco il suo ambiente ideale quanto invece sostanziale e vincente la sua strategia: “Le sue truppe composte esclusivamente di catafratti e di arcieri a cavallo non superavano le 10.000 unità. Di fronte ai 35.000 Romani potrebbero sembrare poco numerosi. Ma, nell’aver limitato il contingente dei suoi squadroni, Surena ha dato prova oltre che di audacia anche di genialità strategica. In questo modo infatti ha semplificato il problema dei rifornimenti, ha acquistato maggiore mobilità e ha evitato la confusione derivante dall’assieparsi in campo di sterminati corpi di cavalleria”. G. Antonelli, Cit., p.46.
 
Una strategia non sconosciuta ai Romani ma, in quella circostanza, forse un po’ troppo fiduciosi nella sola forza d’urto delle legioni: “In realtà… usavano sia la cavalleria pesante (anche se non corazzata), sia quella leggera, poiché gli assalti della cavalleria potevano ancora essere molto efficaci contro corpi di fanteria male organizzati. In particolare, la mancanza delle staffe non impediva gli assalti della cavalleria contro la cavalleria nemica, specialmente se questa era leggera e non corazzata. Inoltre, è praticamente certo che era stata ideata una tattica la quale in pratica permetteva alla cavalleria di sconfiggere anche corpi di fanteria bel organizzati: si trattava dell’uso combinato della cavalleria pesante (armata di lance) e di quella leggera (composta da arcieri a cavallo). Questo metodo fu usato dai Parti, che con il loro esercito di cavalieri distrussero le sette legioni che Crasso… Tale tattica, basata sulla classica combinazione di armi da lancio e forze d’urto, prevedeva l’impiego di un’enorme quantità di frecce scagliate dagli arcieri a cavallo contro le file dei Romani, mentre i lancieri li costringevano a rimanere in file serrate, minacciando di sferrare una carica (o un vero e proprio attacco), ed esponendoli così più facilmente al lancio delle frecce”. E. N. Luttwak, La grande strategia dell’impero romano, p.84-85.
 
Surena geniale, rivoluzionario ma non più fortunato del suo nemico romano perché finisce ucciso dal suo re per l’invidia suscitata, dopo aver allestito “una parodia di trionfo, facendo sfilare per le vie di Seleucia un prigioniero somigliante a Crasso, con una veste regale femminile, ammaestrato a quanti lo chiamavano Crasso e generale; davanti a lui marciavano i trombettieri e alcuni dei littori a cavallo di cammelli: ai fasci erano appese delle borse e alle asce erano legate le teste dei romani, mozzate di recente”. A. Frediani, I grandi generali di Roma antica, p.274.
 
Crasso invece è uno degli uomini più ricchi e potenti di Roma tra proprietà terriere, speculazioni, miniere e schiavi. Un uomo capace di accumulare denaro in ogni modo: “…Era stato favorito , nell’ereditare il patrimonio familiare, dalla uccisone dei parenti più stretti per mano dei sicari di Mario.
Inoltre aveva sposato la vedova di suo fratello, soprattutto per evitare che l’asse dei beni si disperdesse tra molti aventi diritto… Questo calcolo… non gli sarebbe bastato per fare il salto di qualità a cui aspirava se non fosse stato integrato dai proventi delle spoliazioni con cui si è distinto durante la dittatura di Silla, con la conseguente appendice delle proscrizioni… Con la sua avidità è riuscito a scandalizzare perfino il suo capo che quanto a cinismo predatorio vanta un livello a dir poco superlativo se non imbattibile… Aveva capito che le costruzioni edili, in una città in cui la popolazione cresce in modo esponenziale, per via degli immigrati provenienti, in cerca di fortuna, da ogni paese del Mediterraneo, potevano diventare autentiche miniere d’oro… A Crasso, quando arrivava in ufficio, il primo documento che i suoi impiegati sottoponevano era il mattinale degli incendi scoppiati in città durate la notte. Su queste informazioni impostava la sua strategia di accaparramento e di espansione. A Roma, si sa, gli incendi e i crolli di case di ogni tipo non fanno neanche più notizia. Crasso è stato uno dei maggiori usufruttuari di questi continui disastri e dei drammi relativi”. G. Antonelli, Cit., pp.35-37.
 
Non gli basta. Militarmente cresciuto, appunto, sotto l’ala di Silla ma con all’attivo solo la sconfitta di Spartaco nella rivolta degli schiavi non ritenuta gloriosissima, è roso da un ambizione politica cieca che lo distruggerà:
“La sua maggiore sfortuna fu quella di confrontarsi con Cesare e Pompeo: dove gli altri due triumviri si distinguevano per genialità e carisma, lui si comportava con la consueta arroganza dell’aristocratico. Carenza che gli impedì di creare quell’empatia necessaria per assicurare la necessaria coesione di un grande esercito”. G. Traina, Cit., pag.14.
 
Stufo di sentirsi l’anello debole del triumvirato che governa Roma dal 60 a.C., messo in piedi con gli altri due già grandi condottieri, pensa di farsi strada ad Oriente dove prevede grandi prospettive. In una mera logica espansionista possiamo ravvisare valide ragioni strategiche per giustificare una guerra contro i Parti: il controllo della Terra tra i due Fiumi da cui aprirsi le vie commerciali verso l’India e la Cina. “Immaginava già di spingersi fino all’Estremo Oriente, nelle terre degli indiani e dei battriani, ovvero ai confini di quelle immense regioni che solo il grande Alessandro era riuscito a conquistare”. G. Traina, Cit., p.17.
 
La mano destra e la testa mozzata, “abbeverata” d’oro fuso per saziarne la sete di ricchezza finiranno ad ornare un banchetto di re Orode come regalo di Surena.
 
CRONACA SUL “VIETNAM” DEI ROMANI TRA ARCIERI E CAVALLERIA
Plutarco si è occupato di tramandarci le sue cronache di guerra, crude ed efficaci anche senza radio o Tv: “Raccolti in un piccolo spazio, venivano colpiti e cadevano gli uni sugli altri, agonizzando lentamente, straziati da un dolore insopportabile rotolavano sui dardi che si spezzavano dentro le ferite. Nello sforzo di estrarre le punte, penetrate nelle vene e nei nervi e ripiegate come un amo, essi finivano per distruggersi e dilaniarsi da sé. Così tanti morivano, mentre i superstiti erano allo stremo delle forze…”. E così anche Cassio Dione: “Piombando in massa sui romani da ogni parte, ne ferivano mortalmente parecchi, e parecchi impossibilitavano a combattere, e nessuno poteva trovar pace. Infatti i dardi sfrecciavano sugli occhi, sulle mani e su tutto il resto del corpo; trapassavano le armature, li lasciavano senza protezione e, continuando a ferirli, li costringevano a esporsi. Se qualcuno si difendeva dal dardo o cercava di estrarlo, un altro lo colpiva e una ferita si aggiungeva all’altra. Che si muovessero o restassero impassibili, non avevano via di scampo, poiché entrambe le soluzioni erano insicure e portavano alla morte”.
 
Si verifica uno scontro con tattiche militari che rinnovano le reciproche tradizioni: “I legionari romani equipaggiati con il gladio e il giavellotto, ma queste armi potevano ben poco contro i rapidi movimenti degli arcieri a cavallo e le pesanti corazze… Certo, i Romani disponevano di un’efficacissima tattica, la formazione a testuggine, che permetteva anche a grandi unità di formare un quadrato, reso impenetrabile da una barriera formata dagli scudi ma questa tattica appesantiva il movimento della legione, riducendone quindi le potenzialità offensive… Provocare, ferire dalla distanza, eludere l’urto frontale, provocare di nuovo, attirare lontano dalle proprie basi il nemico in uno spazio vasto e ostile, inadatto alla concentrazione dello sforzo, a quel parossismo di violenza risolutiva che è il combattimento in ordine chiuso: questi sono i principi cui si devono uniformare la strategia e la tattica dell’arciere; se gestiti in maniera appropriata, sono potenzialmente letali per le armi pesanti tipiche dell’Occidente”. G. Traina, Cit., pp.69-72.
 
Anche la guerra è un momento di studio e analisi, una grande vittoria o una grande sconfitta possono aprire ad evoluzioni rivoluzionarie nelle tecniche militari: “In questa occasione, le armi di corta portata dei Romani e il loro sistema di ammassamento soggiacquero per la prima volta alle armi di lunga portata ed al sistema di spiegare le truppe in battaglia, cominciò quella rivoluzione militare, che poi con l’introduzione dell’arma da fuoco, ebbe il suo pieno compimento… Le legioni che, nonostante il suggerimento di ufficiali avveduti di condurle contro il nemico quanto più possibile spiegate, erano state ordinate in un quadrato composto di dodici coorti su ogni lato, furono subito sopraffatte e tempestate dalle terribili frecce, che, lanciate anche a caso, colpivano le loro vittime, e alle quali i soldati romani non potevano assolutamente rispondere in nessun modo”. T. Mommsen, Storia di Roma, Vol. VIII, p.16.
 
I Romani si espongono così agli avversari come un bersaglio mobile senza possibilità di fuga o riparo: “Giunsero in vista del nemico, che palesò solo alcuni contingenti, nascondendo il grosso dietro le alture e coprendo il luccichio delle armi al sole con mantelli e pellami… Le speranze che quella interminabile pioggia di frecce si esaurisse si spensero di fronte alla notizia che un’intera carovana di cammelli, con riserve immense di dardi, era disposta dietro le dune per rifornire gli arcieri a cavallo”. A. Frediani, Cit., p.269.
 
UNA PIOGGIA DI FRECCE CHE OSCURA IL SOLE
Il disastro di Carre in lande desolate e sconfinate dipende da una tattica che prevede l’uso combinato di arcieri e cavalleria. La pressione dei primi blocca il margine di manovra delle legioni, che ammassandosi nella ricerca istintiva di un riparo favoriscono l’attacco irresistibile e micidiale dei cavalieri corazzati. Già Seneca evidenzia che “un bambino nato in Partia tenderà subito l’arco”, così come si impratichiscono cavalcando le pecore.
 
Ne deriva che i guerrieri mediterranei non conoscono a sufficienza l’arco composto che può scoccare frecce ad una distanza almeno doppia rispetto a quelli ellenistici e romani. Ne parla anche Plinio il Vecchio quando ricorda che: “I popoli d’Oriente decidono le guerre con le canne. Applicandovi delle penne, con esse arrecano una rapida morte; vi aggiungono punte uncinate mortali, che non possono estrarre e si spezzano dentro la ferita, come un doppio strale. Con queste armi possono oscurare il sole”. Ben diversa fino ad allora è l’esperienza dei Romani la cui aura di invincibilità “era determinata dalla grande esperienza accumulata nei teatri operativi di tutto il Mediterraneo: dalla Spagna all’Africa, dal Balcani all’Asia Minore, la legione sembrava destinata ad avere la meglio su qualsiasi terreno… Come già la falange ellenistica, si serviva delle truppe montate: il nerbo dell’esercito era la fanteria pesante legionaria, mentre i cavalieri rappresentavano un complemento utile ma non decisivo”. G. Traina, Cit., p.23.
 
Carre è dunque un completo capovolgimento dei principali sistemi tecnici e tattici con cui fino ad allora i Romani hanno piegato ogni nemico. Infatti, si tramuta anche in guerra psicologica; mentre con le legioni si è sempre affidato alla vista di enormi schieramenti il compito di influire sul morale dei combattenti, i Parti puntano sull’udito: “A Carre prevalsero invece i tamburi di guerra… Impeto, esaltazione, canto animalesco e ululati, furore, ebbrezza: per non parlare dello strumento sciamanico per eccellenza, il tamburo e i sonagli adoperati nella guerriglia psicologica che tanta parte ebbe nella sconfitta dell’esercito di Crasso… Anziché attaccare subito la legione si decise di continuare a stancare il nemico con gli arcieri leggeri, e di ordinare la carica al momento opportuno”. G. Traina, Cit., pp.74-81.
 
Insomma una battaglia che si esplica con un modo di combattere insolito tra eserciti totalmente diversi per armamenti e formazione. Come si potrebbe sintetizzare raccogliendo qui e là analisi di studiosi moderni, è possibile affermare che “il modo di combattere degli uomini di Surena ricorda una banda di ragazzi fuorviati, senza fede né legge, che praticavano una guerra di folgoranti colpi di mano, logorando la preda fino alla morte, per perdersi subito dopo nell’immensità delle distese desertiche”. Se ne può trarre che “un’idea diffusa degli storici è che, dopo Carre, il modo di combattere dei romani sia cambiato. Di certo si dotarono di armi più efficaci, migliorando la qualità delle corazze, e dei giavellotti… I generali appresero una grande lezione di tattica, che misero in pratica per difendersi dai parti, e probabilmente anche per ispirarsene”. G. Traina, Cit., p.102.
 
DUE IMPERI UN SOLO IMPERO
Carre come battuta d’arresto per Roma, tanto che lo scenario storico presenterà effettivamente due blocchi separati dall’Eufrate. In definitiva due aree egemoniche, due imperi: il Mediterraneo romano e l’Asia partica (Iran, Iraq, Armenia, parte del Caucaso ed Asia centrale). Come riporta Strabone: “I Parti oggi dominano un territorio così grande, e così tanti popoli, da rivaleggiare in qualche modo con i romani per la grandezza del dominio. Causa di questo successo sono il loro stile di vita e i costumi: certo, essi hanno molti elementi comuni con i barbari e con gli sciti, e tuttavia presentano quanto occorre per dominare e per vincere in guerra”.
Una suddivisione del potere sul mondo conosciuto che darà vita ad almeno tre secoli di conflitti. Toccherà alla Realpolitik di Ottaviano Augusto, intervenendo in una mediazione dinastica degli avversari, recuperare nel 20 a.C. le insegne rimaste in mano nemica. Così non si lava solo l’onta di Carre, ma si avvia la formale rinuncia all’eterna conquista paradossalmente perché Roma sia eterna. Solo Traiano nel 116 d.C., in una nuova svolta imperialista della politica romana, riuscirà a sbaragliare i parti di re Osroe e sedersi sul trono d’oro nella Capitale Ctesifonte.
Nonostante questo preferisce fermarsi e dedicarsi all’organizzazione delle nuove province: “Il conquistatore fu tentato di imitare Alessandro, inseguendo l’avversario come il macedone aveva inseguito Dario; ma fino ad allora era andato tutto bene, e mettere alla prova la resistenza dell’esercito in una dura marcia attraverso gli altipiani iranici era una prospettiva assai poco allettante. Quanto appariva opportuno per confermare il prestigio di Roma e la sua fama di condottiero era già stato attuato”. A. Frediani, Cit., p.455.
 
Da quel momento il regno partico si avvia verso la scomparsa intorno al 224 d.C. a causa di distruttivi conflitti feudali. Roma no, continua con le sue profonde evoluzioni ad influenzare ogni pagina di storia successiva nell’accavallarsi del tempo. Sopravvive perché la struttura statale diluisce in qualche modo l’ambizione del singolo, con il risultato che l’Impero si occupa di gestire il potere e il dominio contro l’avventurismo fine a se stesso. Nessun condottiero eguaglierà Alessandro, ma in questo ricorrente richiamo Tito Livio sottolinea “l’assurdità di un raffronto tra le gesta di un singolo giovane re conquistatore e quelle di un popolo che fa la guerra da ben ottocento anni… I macedoni avevano un solo Alessandro, che non soltanto si esponeva a molteplici pericoli ma lo faceva di sua spontanea volontà. Invece molti erano i romani che potevano emularlo per gloria e imprese. Ciascuno di essi, a seconda del proprio destino, avrebbe potuto vivere o morire senza che per questo la repubblica corresse alcun rischio”. Insomma mentre i regni ellenistici si sfasciano dopo una sola disfatta, Roma continua a vivere anche sul cadavere di un Crasso.
 
 

18 novembre 2011

SCANDERBEG INVENTÒ LEPANTO E SUGGERÌ L’IDEA D’EUROPA???

È la battaglia di popolo dell’eroe albanese il primo ostacolo all’espansione turca in Occidente? Da una lotta per la libertà allo scontro tra due mondi. Nell’epopea tra Albania e Italia la storia di un Paese con lampi di antica gloria e un lungo sonno
 
…BEN PRIMA DI LEPANTO
Il 17 gennaio 1468 il patriota e condottiero albanese Giorgio Castriota “Scanderbeg” muore di malaria dopo aver combattuto per decenni e sconfitto più volte e duramente i turchi. A quel punto l’Albania viene occupata e la sua storia nuovamente oscurata, ma per gli Ottomani ormai ogni possibilità di invasione dell’Occidente europeo è svanita...
È davvero così o solo un fatto locale? La storia ha dato più luce ad altre pagine… ma vedremo che Scanderbeg suggerisce e insegna il valore della lotta unitaria contro il pericolo di dominio turco. “Si può dire, anzi, che proprio di fronte a questa ineluttabile minaccia appare per la prima volta chiaro il concetto d’Europa, come complesso di popolazioni che possono accomunarsi nell’intento di respingere un rischio che le attanaglia”. L. Gatto, La grande storia del Medioevo, p.69.
 
 
LEPANTO E LA SALVEZZA DELL’EUROPA
7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto (ex comune della Grecia Occidentale, oggi Nafpaktia): la flotta cristiana della Lega Santa riporta una vittoria definitiva sulle le forze navali turche. Una svolta epocale contro il rischio della caduta di gran parte dell’Italia sotto il giogo ottomano, del blocco del traffico marittimo tra la Spagna e i suoi domini imperiali e l’espansione della potenza turca ad un livello insostenibile pure per gli Asburgo. Lepanto è quindi il simbolo di un scontro di civiltà senza tregua, è soprattutto una delle poche occasioni storiche in cui, buona parte della comunità europea occidentale si è riunita sotto un’unica forza per sconfiggere un avversario comune e garantirsi un futuro indipendente.
 
L’ULISSE ALBANESE CONTRO IL CICLOPE OTTOMANO
La lotta di Scanderbeg, nato a Croia il 6 maggio 1405, vale ad unire i principati dell’Epiro e d’Albania, resistendo per 25 anni alle mire di conquista dell’Impero turco ottomano a difesa della sua terra, dell’Europa e della Fede cristiana; per tale motivo, da Papa Callisto III è ritenuto Atleta di Cristo, Difensore della Fede, nonché eroe nazionale d’Albania e di tutti gli albanesi sparsi nel mondo. Scanderbeg si muove in uno scenario che vedeva la sua nazione: ponte tra l’Oriente bizantino e l’Occidente cattolico; dilaniata dalla lotta interna dei principi e signori feudali; preda dell’irrefrenabile processo di espansione ottomana favorito dal declino dell’Impero romano d’Oriente (1453 d.C.). Nel 1430, dopo l’ultima sconfitta militare del padre ad opera dell’esercito del sultano Murad II, viene trattenuto come ostaggio e ribattezzato col titolo di “Scanderbeg” in onore di Alessandro Magno (in lingua turca “Iscander” significa Alessandro e “Bey” principe): “Obbligato a convertirsi alla religione islamica, il giovane entrò nei quadri dell’esercito ottomano, dove fece carriera da ufficiale, prima di essere rimandato nella sua terra…”. A. Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, p.490.
 
La tragedia della sua famiglia, forse anche grazie all’energia leggendaria che gli deriva dal nuovo titolo del suo nome, non gli impedirà di diventare il comandante più brillante del suo tempo al servizio del Sultano. Ma in questo contesto, le sue reali intenzioni mirano non solo quelle di creare uno Stato albanese alla periferia dell’Impero turco, ma di distruggere l’Impero stesso per formare poi il Regno d’Albania nei Balcani Occidentali, ravvivando i gloriosi tempi di Pirro, Re dell’Epiro, e di Giustiniano, Imperatore di Bisanzio.
 
Il primo atto di questo ambizioso progetto è la creazione della Lega Nazionale Albanese, nel 1444, con lo scopo di unire tutti i territori albanesi in un unico Stato nazionale fondato sull’eredità etno-linguistica che li accomuna. Grazie anche alla capacità di conquistare il sostegno del Papato, di Venezia e soprattutto degli Aragonesi di Napoli, infliggerà ai turchi ripetute e cocenti sconfitte fino al 1458 con non più di 20.000 soldati per volta contro armate ben più imponenti. “Così per vent’anni ebbe luogo un’incessante lotta degli albanesi, intenti a trovare una più precisa loro identità e protesi a liberare la loro patria e l’intera penisola balcanica dalla presenza turca. L. Gatto, Cit., p.454.
 
Acquisisce per questa via una fama travolgente tanto da arrivare a costringere il nuovo Sultano Maometto II ad un trattato di pace. Ma i turchi non rinunceranno mai a rifarsi sugli albanesi per dilagare oltre l’Adriatico, riprendendo così le ostilità dal 1466 a prezzo però di ulteriori sconfitte. Nonostante le imprese straordinarie, appare evidente che Scanderbeg non può resistere da solo ancora a lungo alla pressione turca. Negli anni è riuscito ad interessare sotto un comune obiettivo diversi Stati italiani perennemente ostili tra loro, ma il fallimento del tentativo di Papa Pio II di bandire una crociata contro gli infedeli indebolisce ogni possibilità di ulteriore resistenza: “L’eroe riuscì ad impegnare ingenti mezzi forniti in buona parte degli occidentali che guardarono ammirati a quell’enorme sforzo popolare e confidarono in quell’iniziativa per vedere allontanato il pericolo ottomano. Tuttavia, per ottenere successi più consistenti, sarebbe stato necessario ben altro impegno degli occidentali, ma il Papa e i sovrani italiani a volte impotenti a muoversi, a volte fermati da poco confessabili motivi politici, rimasero spesso inerti”. L. Gatto, Cit., pp.454-455.
 
Tuttavia, ancor prima che per un’eventuale sconfitta, Scanderbeg muore di malaria il 17 gennaio 1468; a quel punto l’Albania viene occupata e la sua storia nuovamente oscurata. Ciononostante non va meglio agli Ottomani perché frana la possibilità di invasione dell’Occidente europeo, pur dilagando nell’Impero bizantino e nelle pianure balcaniche.
 
SCANDERBEG E GLI STATI ITALIANI
L’eco delle vittorie del condottiero di Croia ha vasta accoglienza in Italia e crea grande speranza tra le corti della penisola che temono terribilmente i turchi dall’altra parte del mare. Scanderbeg per questo ottiene aiuti economici e militari, soprattutto dal re di Napoli Alfonso d’Aragona e successivamente da suo figlio Ferrante (Ferdinando I): “Ferrante gli affidò l’intero fronte pugliese, con la difesa della fortezza di Barletta… Scanderbeg svolse il compito assegnatogli con estrema puntigliosità, utilizzando Barletta come base dalla quale lanciare incursioni e razzie ai danni dei territori dei baroni ribelli, dove creò miseria e devastazione. Furono sufficienti tre mesi della sua strategia perché i rivoltosi, capeggiati dal principe di Taranto, richiedessero la pace, della quale lo stesso Scanderbeg si fece mediatore”. A. Frediani, Cit., p.492.
 
 
Tutta l’epopea per la libertà dell’Albania fonda le basi per un legame molto stretto con l’Italia, già nel 1464 Ferdinando I in segno di riconoscimento per l’aiuto ricevuto ha concesso al Castriota i feudi di Monte Sant’Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo. Una presenza che si tocca ancora oggi, soprattutto nel Sud Italia, in molti paesini d’origine albanese. (Chi scrive ha frequentato personalmente le scuole superiori in una di queste comunità, Spezzano Albanese-Cosenza).
 
…E POI CHE FU DELL’ALBANIA?
Dalla morte di Scanderbeg ci sarebbero voluti più di 400 anni per veder rinascere l’Albania come Stato libero e indipendente. Dovremo arrivare al “1912, ossia alla prima guerra balcanica che ha visto gli ottomani sconfitti da un’alleanza formata da bulgari, greci e serbi”. Ed ecco rispuntare gli italiani che “tenevano all’indipendenza dell’Albania non volendo lasciare alla Serbia una via d’accesso all’Adriatico”. J. M. Le Breton, Una storia infausta – l’Europa centrale e orientale dal 1917 al 1990, p.145.
 
Tuttavia con l’indipendenza non finiscono i guai perché arrivano le mire espansionistiche fasciste, la brutale dittatura comunista di Enver Hoxha e i barconi degli immigrati verso l’Italia negli anni ’90 dopo la caduta del muro di Berlino. Ma questa è un’altra storia….
 
 
 
 

15 novembre 2011

ELIOGABALO IL “LERCIO”… ADDIRITTURA PEGGIO DI NERONE???

Dalla figura di un imperatore romano-sibarita definito “il più turpe di quanti mai cinsero la corona dell’imperio”, una controstoria sui tiranni bizzarri dell’antica Roma. Gran Sacerdote di una religione solare, anarchica, orgiastica e incestuosa, travolto dal tentativo di sovvertimento e perversione dell’ordine costituito
 
“Una ricostruzione storica non può basarsi esclusivamente sulla concretezza dei fatti: sapere chi ha vinto o perso una battaglia serve a poco se non si indaga sul perché, sul come, sugli uomini che furono protagonisti di trionfi o disfatte. Una chiave di lettura imprescindibile della storia esamina la natura dell’uomo, sempre complessa e inquieta”. Così scrive Furio Sampoli nella premessa del suo libro Passioni, intrighi atrocità degli Imperatori romani. Una galleria senza fiato di odii, turpitudini, efferatezze nell’arco di 350 anni.
 
 
 
 
 
 
 
 
Da questa galleria, con estrema facilità si possono tirar fuori Tiberio il depravato, il cavallo di Caligola, Nerone l’incendiario o Commodo il gladiatore. Eppure, da una lettura più attenta è possibile estrarre pagine ben peggiori, figure condannate non già alla damnatio memoriae – che pur sempre memoria è – ma sprofondate in un irrimediabile oblio. È il caso dell’imperatore Eliogabalo, di origine siriana, che in soli quattro anni di regno tra il 218 e il 222 d.C. raccoglie quanto tramandato da Elio Lampridio nella sua Historia Augusta: “non era mio intento scrivere di Vario Antonino Eliogabalo, perché avrei voluto che andasse perduto perfino il ricordo di un imperatore della sua sorta... figlio di Giulia Semiamira, libera di costumi, attraente, sensuale, che aveva condotto una vita più che dissoluta, comportandosi da vera e propria sgualdrina… già il nome Vario gli veniva dai suoi compagni di scuola, giacché con una simile madre non poteva non essere il figlio di vari padri”.
 
IL GRAN SACERDOTE DEL SOLE: TRA ORGE E ANARCHIA
In veste di gran sacerdote del Sole, venerato nel tempio di Emesa in Siria, Eliogabalo cerca di importare il suo Dio nel Pantheon romano per renderlo divinità principale della religione imperiale; introducendo così a Roma un culto eminentemente orgiastico, per abbandonarsi poi a mollezze e stravizi d’ogni tipo. “…Eliogabalo che è giovane e si diverte. Di quando in quando lo si riveste, lo si getta sui gradini del tempio, gli si fanno compiere dei riti che il suo cervello non comprende…”. A. Artaud, Eliogabalo o l’anarchico incoronato, p.42.
 
In Eliogabalo si intrecciano strettamente aspetto religioso e sessuale come previsto nella cultura orientale ma non nella società romana che considera stravaganti e scandalose le pratiche sessuali del proprio imperatore, tra cui le orge, i rapporti omosessuali e transessuali, la prostituzione (sacra), all’interno delle quali va intesa la ricerca dell’androginia e della castrazione. “È nato in un’epoca in cui tutti fornicavano con tutti; né si saprà mai dove e da chi fu realmente fecondata sua madre… Per un principe siriano, quale egli fu, la filiazione avviene attraverso le madri; e in fatto di madri vi è intorno a questo figlio una pleiade di Giulie; e che esse influiscano o no su un trono, tutte queste Giulie sono delle fiere puttane… Si può dire in proposito che Eliogabalo è stato fatto dalle donne, che ha pensato attraverso la volontà di donne; e che quando ha voluto pensare da sé, quando l’orgoglio del maschio frustrato dall’energia delle sue donne, delle sue madri, le quali hanno tutte fornicato con lui, ha voluto manifestarsi, si è visto che cosa ne è risultato”. A. Artaud, Cit., pp.7-13.
 
Per quanto ne sappiamo, orrore, infamia, sozzura, abiezione morale sarebbero stati i tratti caratteristici del regno di Eliogabalo protagonista di esempi di mollezza, disordine e depravazione. “Egli può dare alle abitudini e ai costumi romani tutti gli storcimenti che vorrà, gettar la toga romana alle ortiche, indossare la porpora fenicia, dare quell’esempio di anarchia che consiste, per un imperatore romano, nel prendere il vestito di un altro paese, e per un uomo indossare abiti femminili, coprirsi di pietre, perle, pennacchi, coralli e talismani… Eliogabalo ha intrapreso una demoralizzazione sistematica e allegra dello spirito e della coscienza latini; e avrebbe spinto all’estremo questa sovversione del mondo latino se avesse potuto vivere abbastanza a lungo per condurla a buon fine… Nel viaggio verso Roma una strana marcia del sesso, uno scatenamento folgorante di feste attraverso tutti i Balcani. A volte correndo a gran velocità col suo carro, ricoperto di tele, e dietro di lui il Fallo di dieci tonnellate che segue il convoglio… entra in Roma e davanti a lui vi è il Fallo tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono trecento tori…”. A. Artaud, Cit., pp.108-113.
 
E ancora, dalla proclamazione ad imperatore, il trasferimento per la capitale dell’impero “divenne una specie di apoteosi di dissolutezze e riti orientali. Inimmaginabile il corteo che si mosse dalla Siria, trascinandosi dietro mimi, ballerine, musici, eunuchi in un profluvio di esotismi, riti propiziatori, vittime sacrificali, profumi, e abbandonandosi soprattutto a licenziosità, perversioni, impudicizie”. F. Sampoli, Cit., p.326.
 
Per Eliogabalo, infatti, il trono “era un balocco, e lo usò come tale. Nella sua infantile innocenza, quel ragazzetto era anche simpatico come un cucciolone. Il suo piacere preferito era quello di fare scherzi a tutti, ma innocenti: tombole e lotterie con la sorpresa, burle, giuochi di carte. Ma era anche un sibarita, voleva il meglio di tutto, e ci spendeva cappellate di quattrini. Non viaggiava con meno di cinquecento carri al seguito, e per una boccetta di profumo era pronto a pagare milioni. Quando un indovino gli disse che sarebbe morto di morte violenta, vuotò le casse dello stato per provvedersi di tutti i più raffinati strumenti di suicidio: una spada d’oro, un armamentario di corde di seta, scatole tempestate di brillanti per la cicuta”. I Montanelli, Storia d’Italia 3 – Apogeo e caduta dell’Impero romano, pp.102-103.
 
PERVERTIRE L’IMPERO
A parte questa estrema fantasia libertina, non risultano capacità o volontà di governo di qualunque natura: “A Roma come imperatore fu inesistente sul piano politico sia militare, deleterio su quello amministrativo per lo sperpero delittuoso dell’erario pubblico, criminale e perverso per i costumi…”. F. Sampoli, Cit., p.326.
 
E anarchici furono i primi atti politici, mentre al suo posto governerà la nonna Giulia Mesa. “Giunto a Roma caccia dal Senato gli uomini e pone le donne al loro posto. Per i Romani questa è anarchia ma nella religione dei mestrui, per Eliogabalo… un ritorno ragionato alla legge, poiché è la donna, la nata prima, la prima giunta nell’ordine cosmico che fa le leggi… Quando si veste da prostituta e si vende per quaranta soldi alla porte delle chiese cristiane, dei templi romani, egli non cerca solo la soddisfazione di un vizio ma l’(auto)umiliazione del monarca romano… Quando fa eleggere un ballerino a capo della sua guardia pretoriana, realizza una specie d’anarchia incontestabile, ma pericolosa”. A. Artaud, Cit., pp.111-116.
 
È la ricerca di una degradazione e perversione sistematica di ogni ordine e valore, arrivando a scegliere i propri ministri sulla base dell’enormità del loro membro. “Le sconcezze di palazzo, le esibizioni all’esterno, le nomine dei suoi amanti ai posti di responsabilità dello Stato (prefetto del pretorio un saltimbanco, dei vigili un auriga, dell’annona il suo barbiere, un mulattiere alle tasse di successione: unico titolo di merito l’esuberanza dei genitali)… Le sue perversioni avevano raggiunto una misura tale da riuscire insopportabili anche alle persone più dissolute. Una delle ultime fu l’apertura di un bagno pubblico nel palazzo imperiale al solo scopo di avvicinare e quindi conoscere i cittadini più prestanti e virili”. F. Sampoli, Cit., pp.326-328.
 
Lampridio racconta che l’imperatore progetta di porre in ogni città, in qualità di prefetti, persone dedite professionalmente alla corruzione dei giovani. È ben deciso ad elevare alle cariche quanto di più abbietto, e gli uomini delle più basse professioni. Arriva ad erigere un tempio al proprio Dio, nel pieno centro della devozione romana, al posto di quello consacrato a Giove capitolino: “Ogni tanto, ricordando i suoi trascorsi sacerdotali, aveva crisi mistiche. Un giorno si circoncise, un alto tentò di evirarsi, un altro ancora si fece spedire da Emesa il famoso meteorite del suo bisnonno materno, vi fece costruire sopra un tempio e propose agli ebrei e ai cristiani di riconoscere la loro religione come quella di stato, se gli uni accettavano di sostituire Jeovah e gli altri Gesù con quella sua pietruzza”. I Montanelli, Cit., p.103.
 
Alla fine ci penseranno i pretoriani allorché Eliogabalo si avventura accompagnato dalla madre al Castro Pretorio per denunciare e placare trame contro di lui. Finisce soffocato con la stessa madre tra i liquami di una latrina dove si è nascosto. Ha diciotto anni ed è salito al potere a quattordici.
 
PER UNA MODERATA RILETTURA DI NERONE
E allora cosa c’entra Nerone puntualmente tirato in ballo quale imperatore dissoluto per antonomasia? Approfondendo la storia del potere a Roma e delle decine di figure ascese al soglio imperiale risulta provato che Nerone sia megalomane, matricida, uxoricida… ma non è solo questo, è anche uomo di governo attivo in politica estera, opere pubbliche, arti, non un Eliogabalo qualunque.
Ha un’idea pratica d’impero, una sua perversa costruttività. Da un’attenta rilettura delle fonti dell’epoca: Tacito, Svetonio, Dione Cassio e la storiografia successiva, forse è possibile aggiungere ulteriori dettagli lasciati cadere. Sintetizzando quanto scrive Massimo Fini nel suo Nerone – 2000 anni di calunnie: “Fu sacrificato dall’infinita ambizione della madre Agrippina a caricarsi sulle spalle l’impero a soli diciassette anni mentre lui avrebbe forse preferito occuparsi delle arti predilette. Ciò tuttavia non gli impedì di dedicarsi alla poesia, al canto, alle curiosità tecniche e scientifiche divenendo un grande showman”.
 
Rivisitare la sua figura pertanto non significa riabilitarlo ma tentare di ampliarne la vicenda umana molto più complessa della cornice che abbiamo ereditato. Un caso tra tutti l’accusa di aver incendiato Roma il 19 luglio del 64 d.C. Sono tanti gli aspetti che potrebbero invalidare un responsabilità assurta ad universale luogo comune:
1. L’immagine iconografica dell’imperatore che suona la lira dal punto più alto del Palatino mentre Roma brucia è ormai ampiamente superata e considerata inattendibile. Al contrario, l’imperatore apre addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione, attirandosi l’odio dei patrizi a causa del sequestro di imponenti quantitativi di derrate alimentari per sfamarla;
2. Roma viene ricostruita secondo criteri urbanistici più razionali e funzionali prevedendo anche misure antincendio, e lasciando ai posteri la Domus Aurea;
3. La congiura di Gaio Calpurnio Pisone è già in fase avanzata, pertanto può essere conveniente avvalorare la tesi del Nerone incendiario;
4. Probabile lo scoppio casuale dell’incendio in un quartiere dove si fa un uso troppo disinvolto di bracieri, torce, lampade tra catapecchie di legno che non aspettano altro;
5. Per Dione Cassio molti pretoriani al servizio di Fenio Rufo impediscono i soccorsi; lo stesso risulta tra i principali protagonisti della congiura di Pisone nel 65;
6. Tacito riferisce che Nerone trova il capro espiatorio della persecuzione dei cristiani, ritenuti colpevoli, per tagliar corto alle voci che lo danno come incendiario. A torto infatti l’imperatore è considerato il primo persecutore, le condanne a morte non vengono comminate per odio teologico ma per un eventuale reato di diritto comune e circoscritte alla sola città di Roma. In realtà le persecuzioni hanno inizio con Domiziano (81-96 d.C.), e proseguono dopo di lui.
 
…Ma questo è un aspetto biografico specifico dell’imperatore “artista” che narriamo più avanti.